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 1 - Mar 2000  2 - Sett 2000  3 - Apr 2001  4 - Sett 2001  5 - Mar 2002

In questo numero ...

 

* I CONSULTORI FAMILIARI TRA INNOVAZIONE E TRADIZIONE. VECCHI E NUOVI COMPITI ISTITUZIONALI

* CONTRACCEZIONE ORALE ED ADOLESCENZA

* Progetto “Consultorio Etnopsichiatrico”

* LA RIDUZIONE DELLA POVERTA’ PASSA ATTRAVERSO IL MIGLIORAMENTO DELLA SALUTE RIPRODUTTIVA

* PROGETTO DI SENSIBILIZZAZIONE SULLA SALUTE SESSUALE E RIPRODUTTIVA NELLE COMUNITA’ IMMIGRATE IN ITALIA

* LA SALUTE SESSUALE E RIPRODUTTIVA: UNA CHIAVE PER LO SVILUPPO. MANUALE DI LINEE GUIDA

* EDUCAZIONE TRA PARI: SANITA’ SOCIALE

* PREVENZIONE E SALUTE SESSUALE: PERCORSO DI EDUCAZIONE SESSUALE FRA SCUOLE SUPERIORI IN RETE IN COLLABORAZIONE CON IL CONSULTORIO FAMILIARE

* LA CRESCITA DEMOGRAFICA E’ PIU’ RAPIDA DOVE I BISOGNI SONO MAGGIORI

* LE PROPOSTE FORMATIVE DELL’UICEMP

 

 

 

I CONSULTORI FAMILIARI TRA INNOVAZIONE E TRADIZIONE. VECCHI E NUOVI COMPITI ISTITUZIONALI

 Michele Grandolfo

Laboratorio di Epidemiologia e Biostatistica – Istituto Superiore di Sanità

Viale Regina Elena, 299 – 00161 Roma

Tel.: 0649902479 – Fax.: 0649387069 – e-mail migrando@iss.it

 

I consultori familiari, istituiti formalmente nel 1975 (legge 405/75), sono stati realizzati sul territorio nazionale con tempi e modalità diversi, in seguito all’approvazione delle relative leggi regionali. Incorporati con modalità non omogenee nel sistema sanitario nazionale (legge 833/78), hanno avuto una vita difficile per due essenziali motivi:

a)      la legge istitutiva nazionale e quelle regionali indicavano i campi di attività dei consultori familiari, privilegiando la prevenzione e la promozione della salute e non potevano proporre obiettivi operativi e priorità che dovevano essere lasciate alla pianificazione nazionale e regionale, che purtroppo è mancata, almeno in una formulazione scientifica;

b)      l’orizzonte operativo dei consultori, servizi a bassa soglia di accesso, faceva riferimento a un modello sociale di salute (composizione multidisciplinare dello staff), a un approccio non direttivo ma orizzontale, a una costante attenzione alle differenze di genere. Tale impostazione andava potenzialmente a confliggere con quella biomedica e direttiva dei servizi tradizionali. Questi, a parte lodevoli eccezioni, hanno sistematicamente tentato di delegittimare ed emarginare i consultori familiari, sia negando l’integrazione strutturale e funzionale, sia operando per impedire assegnazioni di risorse umane ed economiche, strutturali ed infrastrutturali, soprattutto al Sud.

Nondimeno, frequentemente l’opinione pubblica e istituzioni civili (per esempio la scuola) reclamavano un impegno dei consultori familiari non solo per la prevenzione ma anche come toccasana universali dei fenomeni di allarme sociale e se ne lamentava la supposta insufficienza di iniziativa. 

L’assenza di una programmazione operativa, scientificamente fondata, basata su obiettivi selezionati con priorità stabilite sia a livello nazionale che regionale, ha prodotto due fenomeni collegati.

La programmazione veniva intesa come enumerazione delle attività e tali attività che si intendevano svolgere venivano descritte nella voce “obiettivi” del programma e i modi di realizzazione e i contenuti delle attività costituivano la voce “attività”. Sistemi di verifica e popolazione di riferimento venivano genericamente accennati, quando presi in considerazione. Il problema dell’efficacia e dell’appropriatezza delle attività non veniva affrontato. Diveniva così conseguente rivolgersi alle persone che spontaneamente accedevano al servizio o comunque a quelle più facilmente a portata di mano, assumendo che chi avesse un problema di competenza consultoriale si sarebbe proposto una volta saputo dell’esistenza del servizio e delle attività in esso svolte.

Accanto a questo primo fenomeno, peraltro perfettamente in linea con quanto avveniva per tutti i servizi sanitari, tradizionali e non, se ne sviluppava un altro, il cui sviluppo avrebbe potuto mettere in discussione una delle qualità fondative dei consultori familiari: la multidisciplinarietà. In mancanza di obiettivi di popolazione (e quindi di sanità pubblica) e con un approccio a servire chi si presentava spontaneamente, si sviluppava una deriva verso la settorializzazione e la frammentazione, così che, al limite, ogni figura professionale rivendicava esclusivamente a sé la competenza a trattare un caso la cui problematica veniva colta con una visione unidirezionale.

Un effetto collaterale importante di questa metodologia di lavoro era costituito dalla accentuazione delle attività di cura e, non solo quelle di prima istanza. Questo effetto collaterale non solo andava a spingere ulteriormente verso la settorializzazione e la frammentazione  (in un pernicioso circuito vizioso) ma distoglieva pesantemente dai compiti primari e strategici di promozione della salute per cui i consultori familiari erano stati istituiti. 

Se tutto ciò attiene alle strategie e alle modalità operative, non va trascurato l’enorme problema della adeguatezza delle risorse. Quali figure professionali, con quale orario di lavoro e in quale posizione occupazionale? Quali risorse strutturali, infrastrutturali ed economiche? Quale livello di messa in rete con i servizi di secondo e terzo livello? Quale territorio di riferimento?

La mappa dei consultori familiari, la prevista ed effettiva presenza qualificata delle competenze professionali, le dipendenze gerarchiche e le loro evoluzioni nel tempo in Italia dicono molto di quanto sia improprio pensare alla realtà consultoriale come un dato omogeneo nel tempo e nello spazio. 

In effetti, la consapevolezza dell’assoluta originalità dei servizi consultoriali (multidisciplinarietà, non direttività, visione di genere) è sempre stata presente come patrimonio unico da non disperdere, nonostante tutti gli elementi critici, tanto è vero che a partire dalla fine degli anni ottanta in ben tre circostanze commissioni nazionali, promosse dai ministri della sanità hanno prodotto linee di indirizzo per la riqualificazione e potenziamento dei consultori familiari, l’ultima delle quali nel contesto del Progetto Obiettivo Materno Infantile, parte integrante del Piano Sanitario Nazionale 1998-2000 (negli anni 1987-89, il Comitato operativo materno-infantile, istituito dal ministro Donat Cattin e presieduto dal prof. Guzzanti (1); negli anni 1995-96, la Commissione nazionale per l’assistenza alla gravidanza, al parto e nel periodo perinatale, istituito dal ministro Guzzanti e presieduto dal prof. Montemagno; negli anni 1998-2000, la Commissione nazionale per la elaborazione del progetto obiettivo materno infantile, istituita dal ministro Bindi e presieduta dal dr. Oleari (2)). Infine, la normativa relativa ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) riprende integralmente le indicazioni operative del Progetto Obiettivo Materno Infantile, richiamando esplicitamente le leggi di riferimento, dalla 406/75, istitutiva dei consultori familiari, alla legge 34/96, in cui si indica la necessità di avere un consultorio ogni 20000 abitanti (3).

Tale consapevolezza era fondata sulla conoscenza di una miriade di esperienze innovative nei contenuti e nelle modalità operative condotte da una moltitudine di professioniste/i che hanno prodotto esperienze spesso esemplari, anche se raramente valorizzate a dovere, allo scopo di guidare la programmazione e l’allocazione delle risorse. Le attività consultoriali, anche quando iscritte nella dimensione di cure primarie, hanno rappresentato un importante presidio di riferimento, soprattutto per le sezioni svantaggiate della popolazione, che non avrebbero avuto altre alternative. Indagini campionarie condotte dall’ISS hanno ripetutamente rilevato, non solo un alto gradimento (>80%) da parte di chi aveva avuto modo di usufruire dei servizi consultoriali, ma anche l’efficacia maggiore dei servizi consultoriali nel garantire outcome positivi e nel prevenire esposizioni inappropriate (4, 5, 6). 

A conforto di questa insistenza e motivo di orgoglio per la sanità pubblica italiana, va detto che nel contesto internazionale l’odierna valutazione critica degli scarsi successi, per non dire insuccessi del programma “Safe motherhood” recentemente ribattezzato “Making pregnancy safe” dell’OMS, pone l’accento sull’importanza di allestire servizi di salute primaria, caratterizzati da un approccio integrato, secondo un modello sociale di salute e sostenuto da modalità operative basate sull’offerta attiva, operanti mediante relazioni di comunicazione orizzontali secondo il modello della presa di coscienza e di potere (empowerment) delle donne, cioè il modello dei consultori familiari italiani (7)! Queste le indicazioni per far fronte agli insuccessi conseguenti a un approccio frammentato, settoriale, basato su relazioni direttive e senza offerta attiva, che ha caratterizzato le attività della cooperazione internazionale negli ultimi venti anni. 

Se a livello nazionale e con rilievo normativo viene riconosciuto il compito centrale che deve essere svolto dai consultori familiari nella promozione della salute, pur non tralasciando l’attività di cura primaria (soprattutto nel processo di presa in carico e di referaggio ai servizi di secondo e terzo livello in una rete integrata di servizi), le conseguenze dal punto di vista operativo sono stravolgenti i modi tradizionali di procedere. Quale frazione di popolazione coinvolgere, con quali attività di verificata efficacia per raggiungere obiettivi di salute da misurare nella popolazione generale?

Quindi non più una pseudo programmazione in cui si enunciano le attività che si intendono svolgere, bensì una progettazione basata:

a)      su una chiara definizione di obiettivi di salute specifici;

b)      su una descrizione dei sistemi e degli indicatori di valutazione (di esito, output e processo);

c)      sulla identificazione della popolazione bersaglio (frazione della popolazione generale);

d)      sulla identificazione di adeguate e articolate modalità di offerta attiva;

e)      sulla caratterizzazione delle modalità di esecuzione di attività efficaci nella pratica;

f)        sulla descrizione dei risultati attesi associati alle attività previste e agli obiettivi posti.

La progettazione deve anche prevedere indagini:

g)         sui fattori di rischio della non rispondenza;

h)         sull’incidenza dei problemi, che la strategia intendeva prevenire, nella sezione della popolazione bersaglio non raggiunta.

Raggiungere la popolazione bersaglio costituisce il primo imperativo strategico nella consapevolezza che i più difficili da raggiungere sono anche quelli che sono maggiormente a rischio (perché esposti a degrado socioeconomico), per cui non raggiungerli costituisce un pregiudizio per il perseguimento degli obiettivi fissati. 

Cosa intendere per offerta attiva? Si tratta di un processo comunicativo che sfrutta tutti i potenziali canali sinergicamente operanti, a partire da quelli istituzionali ma con grande impiego di quelli già costituiti e/o riconoscibili e/o creati ad hoc nella comunità, con modalità modulate sulle specifiche caratteristiche delle persone e dei gruppi di popolazione da coinvolgere, nella consapevolezza della complessità delle dimensioni in cui la comunicazione è iscritta (fisica, relazionale, psicologica, etica, culturale, sociale e antropologica), allo scopo di promuovere ripensamento individuale e comunitario sul vissuto quotidiano e sulla memoria storica al fine di sviluppare nuove consapevolezze e nuove competenze alla luce delle nuove conoscenze, con l’obiettivo di attivare processi decisionali autonomi e consapevoli. 

Nella sfida stimolante della comunicazione, che per essere vincente deve necessariamente non essere basata su modelli direttivi ma di empowerment, si coglie la straordinaria importanza delle competenze multidisciplinari; così come tali competenze svolgono una funzione decisiva nel rendere efficaci nella pratica gli interventi previsti nel programma se si assume, come è necessario fare, un modello sociale di salute. 

Ed è determinante per la crescita della professionalità nel campo della promozione della salute valutare continuamente i risultati acquisiti e gli obiettivi raggiunti, rispetto a quelli programmati e diviene essenziale porsi la domanda sul perché del non raggiungimento e quanto pesa la sua estensione nel non perseguimento degli obiettivi programmati.

Quindi come la programmazione, scientificamente intesa, la valutazione è parte integrante dell’attività lavorativa, non opzionale, che deve rappresentare un carico di lavoro definito e programmato. La valutazione è l’attività senza la quale non si può parlare di attività professionale e senza valutazione non c’è stimolo alla crescita professionale. La valutazione quindi è nel processo della formazione continua.

La valutazione consiste a) nel verificare la distanza tra gli obiettivi raggiunti e quelli previsti utilizzando gli indicatori di esito, di output e di processo (valutazione a lunga, media e breve distanza) e le ragioni di questa distanza (controllo di qualità interno); b) nel confrontare la propria esperienza, rappresentata dagli indicatori, con quella dei servizi analoghi dislocati in altri ambiti territoriali (controllo di qualità esterno). 

Nel Progetto Obiettivo Materno Infantile si possono individuare tre progetti strategici: percorso nascita, adolescenti e prevenzione dei tumori femminili. Tre priorità non tanto per la gravità e la frequenza dei problemi che possono essere prevenuti quanto soprattutto per l’alta possibilità di intervento e per la straordinaria esemplarità pedagogica.

Basti pensare alle relative popolazioni bersaglio: donne e coppie nella realizzazione concreta del desiderio di maternità e genitorialità, adolescenti in via di formazione, donne di età compresa tra 25 e 65 anni.

Le donne nella massima potenza della loro attività di cura e sostegno della famiglia e quindi veri e propri pilastri della società, e adolescenti nel massimo della potenza formativa e quindi a più alta resa di investimento. Soggetti forti (altro che deboli!) su cui l’approccio nei termini di empowerment può avere il massimo di efficacia, non solo per le persone coinvolte, ma anche per tutte quelle in relazione affettiva e sociale.

Quindi offerta attiva di consulenza prematrimoniale, offerta attiva di consulenza in gravidanza (quanto sarebbe opportuno che il certificato di esenzione dal ticket venisse rilasciato dai consultori familiari!). Offerta attiva dei corsi di preparazione alla nascita; offerta attiva di visite domiciliari o in consultorio dopo il parto; offerta attiva di corsi di educazione sessuale nelle scuole; offerta attiva di spazi adolescenti dentro e fuori i consultori; offerta attiva del Pap test e della mammografia, in un contesto di integrazione negoziata dei servizi distrettuali e di ASL.

Il tasso di rispondenza (primario indicatore di processo) testimonierà la qualità comunicativa e la sua efficacia nell’avviare il processo di empowerment. Quanta opportunità, se la qualità comunicativa fosse buona, verrebbe data perché problematiche ancora in fase prodromica relative al disagio familiare delle donne, della coppia, delle/dei bambine/i, delle/degli adolescenti vengano ad essere proposte a interlocutrici/ori sensibili e rispettose/i e non stigmatizzanti! Quante problematiche in atto potranno essere evidenziate e quante relative richieste di aiuto verranno esplicitate con fiducia a interlocutrici/ori accreditate/i per la qualità della comunicazione! Quante occasioni di integrazione si verranno a porre; basti solo pensare, in occasione dell’offerta attiva del Pap test, all’offerta di counseling per la menopausa per le donne oltre i 45 anni, per la contraccezione per le donne in età feconda che hanno già completato la dimensione desiderata della famiglia, per la gravidanza programmata e/o per la contraccezione per le donne tra i 25 e i 35 anni!

In questi tre programmi strategici è essenziale considerare lo sviluppo delle consapevolezze sulla procreazione consapevole e nel far ciò si produce la migliore azione contro il ricorso all’interruzione di gravidanza. 

Le proposizioni del Progetto Obiettivo Materno Infantile, soprattutto per quanto attiene ai progetti strategici, implicano una disponibilità di risorse che non è detto sia garantita. Opportunamente il Progetto Obiettivo Materno Infantile fa riferimento alla legge 34/96 in cui si esplicita la necessità di un consultorio ogni 20 mila abitanti ed esplicita nel dettaglio figure professionali e orario di lavoro minimo per ogni servizio consultoriale.

Ogni progetto strategico può essere tradotto in ore di lavoro per figure professionali per unità di popolazione bersaglio. Per esempio, se si vuole realizzare un progetto adolescenti centrato sull’offerta attiva di corsi di educazione sessuale nelle scuole, prevedendo un ciclo di cinque incontri di due ore ciascuno per ogni classe corrispondente a un livello (per esempio le terze medie inferiori) e, se si considera una popolazione di 20 mila abitanti, nelle terze medie si avranno circa 200 adolescenti, supponiamo in 10 classi, per cui all’anno saranno necessarie 100 ore lavorative per ciascuna delle figure professionali impegnate, più un certo numero di ore, dal 50 al 100%, per la programmazione, i contatti, il coinvolgimento di genitori e insegnanti, la valutazione, l’attivazione della fruizione di spazi giovani presso i consultori e iniziative in sedi extraistituzionali, anche nella configurazione delle “health promoting schools”. 

Come già accennato, ogni progetto strategico può supportare progetti satelliti sfruttando fino in fondo le sinergie, cioè a dire, mettendo in comune il tempo necessario per il raggiungimento della popolazione bersaglio e sfruttando l’accreditamento conseguente al successo del programma strategico. Anche per i programmi satelliti si possono calcolare i carichi di lavoro necessari, in relazione al quadro logico (obiettivi, risultati, attività e relativi indicatori) corrispondente.

La realizzazione di progetti strategici basati sull’offerta attiva farà emergere una serie di bisogni (bisogni di salute insoddisfatti – “unmet needs of health”) che potranno essere presi in carico per l’intervento di prima istanza e riferiti al secondo livello, se necessario. Sulla base dell’esperienza si può valutare quanta domanda viene così prodotta e quali carichi di lavoro debbono essere calcolati, in relazione alle prevedibili attività che si rendono necessarie.

Permane in ogni caso l’accesso libero, senza vincoli, che, anche in questo caso, opportunamente vagliato, costituisce un carico di lavoro la cui stima può essere calcolata.

È evidente che il calcolo dei carichi di lavoro è pregiudiziale a qualunque altra valutazione di risorse necessarie (presidi, infrastrutture e strumentazione, materiale di consumo), che pure si deve fare per valutare la compatibilità tra progetti dimensionati sugli obiettivi e sulla popolazione bersaglio e risorse necessarie per svolgere le attività previste al fine di ottenere i risultati necessari al raggiungimento degli obiettivi. 

Nel Progetto Obiettivo Materno Infantile è chiaramente raccomandata l’integrazione dei servizi sia nell’ambito distrettuale (secondo livello) che sovradistrettuale (terzo livello); se a livello dipartimentale si colloca la progettazione operativa, soprattutto per quanto attiene la fase decisionale, è nell’organizzazione distrettuale che si realizza l’allocazione delle risorse e l’integrazione dei servizi, alla luce della progettazione operativa. È molto ragionevole pensare che nella presente temperie, grandi miglioramenti nella disponibilità di risorse non ci saranno, ma per quanto attiene il ruolo o i compiti dei consultori familiari molto si può fare di riorientamento delle attività. Non è percorribile la strada dell’assumere le responsabilità altrui come alibi a non riqualificare, l’attività consultoriale, volta alla promozione della salute, nel senso scientificamente fondato e quindi di sanità pubblica. Certo è che le risorse disponibili potranno permettere programmi con obiettivi commisurati ad esse, e non voli pindarici.

È necessario sviluppare capacità negoziali per vincere le resistenze ad assumere responsabilità nel processo decisionale e nella integrazione dei servizi come è necessario sviluppare capacità negoziali per coinvolgere la comunità sia nelle istanze istituzionali che in quelle non istituzionali. Questo, non solo per il coinvolgimento nel processo decisionale (in fondo si tratta di garantire diritti di salute a cittadine/i) ma anche per verificare la possibilità di liberare risorse aggiuntive.

In conclusione si può dire che i consultori familiari rappresentano un patrimonio prezioso sia per l’esperienza accumulata sia per le ragioni di fondo della loro esistenza che non sono residui del passato ma fondamenti per sistemi sanitari del futuro, volti a tutelare e promuovere la salute pubblica. Il Progetto Obiettivo Materno Infantile è un buon punto di partenza per un processo di riqualificazione.

 

Referenze

  1. Relazione sull’attuazione della Legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza (Dati definitivi anno 1993, dati preliminari anno 1994). Presentata dal Ministro della Sanità (Guzzanti) camera dei deputati. Atti Parlamentari XII Legislatura. Doc. XXXVII N. 2 Giugno 1995.

2.      Ministero della Sanità. Progetto Obiettivo Materno Infantile.

http:/www.sanita.it/sanita/bacheca/matinfan/ 

3.      GU n.131 Suppl. 89 del 7/6/2000.GU n.19 Suppl.14 del 23/1/2002. p. 37. 

  1. Baglio G, Spinelli A, Donati S, Grandolfo ME, Osborn J. La valutazione degli effetti dei corsi di preparazione alla nascita sulla salute della madre e del neonato. Ann Ist Super Sanità, 2000;36(4): 465-478.

5.      Grandolfo ME. I consultori familiari: evoluzione storica e prospettive per la loro riqualificazione. In: Montemagno U (Ed.). Il Ginecologo Italiano, Vademecum 1996-97: pp.463-477. Hippocrates Edizioni Medico-scientifiche Srl Milano 1996. 

  1. Di Cillo C., Grandolfo M.E, Donati S., Andreozzi S., Greco V., Medda E., Pediconi M., Stazi M.A., Spinelli A., Timperi F., Lauria L. Indagine CAP (Conoscenza, Attitudine, Pratica) sulla pianificazione familiare in Puglia. Regione Puglia Assessorato alla Sanità in collaborazione con l'Istituto Superiore di Sanità. Bari 1991.
  1. Grandolfo M., Benagiano G. I consultori familiari nel prossimo futuro. Atti VIII Congresso Nazionale A.G.I.C.O. 2001 “Pevenzione  Primaria in Ostetricia e Ginecologia”. Eds. U. Brasiello, L. Cersosimo. ARVI Services, Roma, 2001: p. 3-7.

 

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CONTRACCEZIONE ORALE ED ADOLESCENZA

Emilio Arisi, Beatrice Pezzini*

Direttore U.O. Ostetricia Ginecologia, Ospedale Regionale "S. Chiara" di Trento

Presidente UICEMP - Membro italiano IPPF

*U.O. Ostetricia Ginecologia, Ospedale Regionale "S. Chiara" di Trento

 

Introduzione

E' inutile nascondersi il fatto che uno dei problemi piu’ grossi da affrontare con i giovani e’ quello sessuale, con tutto ciò che esso contempla (contraccezione orale, contraccezione di emergenza, gravidanze non desiderate, malattie a trasmissione sessuale, violenze, ecc.). In particolare e’ evidente la necessita’ di una contraccezione sicura.

Alcuni dati permettono di chiarire meglio questi concetti (1):

l. 14 milioni di bambini nascono nel mondo ogni anno da donne adolescenti (tra 10-19 anni); sono il  10 % dei nati nel mondo/anno;

2. 5 milioni di aborti a rischio vengono condotti ogni anno in donne adolescenti; sono 1/4 degli aborti a rischio nel mondo/ anno;

3. 1/20 adolescenti ha una STD (malattia a trasmissione sessuale) ogni anno;

4. 1/2 dei nuovi casi di HIV, piu' di 7000 casi al giorno, sono in giovani 10-24 anni;

 5. nel mondo il  40-47 % delle violenze sessuali viene attuato contro ragazze di 15 anni o meno (2).

6. in varie parti del mondo molte ragazze vengono espulse dalla scuola se sono gravide, con cio’ negando loro il diritto all'educazione (3).

Peraltro nei soli USA ogni anno vengono evitate, con l'uso di contraccettivi sicuri,  1.7 milioni di gravidanze in adolescenti, che avrebbero dato luogo a   737.000 aborti volontari, 724.000 nascite vive, 221.000 aborti spontanei o parti prematuri, 1700 gravidanze extra e 58 morti materne (4).

 

L'impegno della IPPF-European Network

C'e' dunque ancora la necessita’ di una corretta e completa educazione sessuale, che renda gli adolescenti capaci di essere responsabili e di fare scelte autonome in termini di salute sessuale e riproduttiva, inclusa la capacita’ e la possibilita’ di difendersi dalle violenze e dagli abusi sessuali, ed inclusa la  possibilita' di scegliere ed usare la contraccezione orale.

In questa direzione l'IPPF-EN (Intemational Planned Parenthood Federation- European Network) (5), la  piu' grande organizzazione al mondo che si interessi di salute riproduttiva, ritiene di affermare che: "I giovani sono sessualmente attivi, anche se non tutti hanno rapporti sessuali. In ogni caso i giovani hanno gli stessi diritti sessuali e riproduttivi degli adulti, e devono essere messi nella condizione di gioire della loro sessualita’, e di esserne informati con confidenzialita’".

Alla luce di questo le Associazioni di Pianificazione Familiare dei paesi del Nord Europa (Svezia, Finlandia, Norvegia, Islanda, Danimarca) hanno ritenuto di dichiarare che: "Un investimento immediato nella salute sessuale e riproduttiva degli adolescenti e’ un importante passaggio nello sviluppo dei diritti umani basilari a beneficio dell'individuo, della societa’ e dell'umanita’ del prossimo millennio" (6).

Come logica conseguenza sono stati sviluppati vari progetti, che includevano corsi per insegnanti genitori ed adolescenti, servizi aperti, linee telefoniche dedicate, ed altro ancora, coinvolgendo una serie di enti ed istituzioni sia pubbliche che private.

L 'applicazione pratica di questi concetti ha  gia' dato dei risultati :

1. il numero delle gravidanze tra gli adolescenti nelle nazioni nordiche e’ il piu’ basso del mondo;

2. i parti nelle adolescenti (15-19 anni) sono rari (Norvegia 1997: 5.1/1000, Islanda 1995 :  5.56/1000);

3. il numero degli aborti nelle adolescenti e’ diminuito in modo significativo (in Danimarca dal 25/1000 nel 1975  al 15/1000 nel 1995; in Finlandia dal 21/1000 nel  1975 al  10/1000 nel 1997);

4. praticamente nessuna morte correlata con  l' aborto e’ stata osservata;

5. praticamente nessuna morte correlata con le gravidanze e’ stata osservata (in Svezia 2-5 morti materne per 100.000 gravidanze);

6. non ci sono stati cambiamenti significativi nella eta’ del primo rapporto nel corso degli ultimi 20 anni (in Danimarca 17 anni per maschi e femmine; in Norvegia 18 anni per i maschi e  17.5 per le femmine );

7. il numero di casi di AIDS e STD (malattie a trasmissione  sessuale) e’ molto basso (in Svezia riduzione del numero di STD del 40% tra il 1990  e il 1995;

8. l 'uso della contraccezione e’ elevato (in Finlandia  l' 87% delle ragazze di 16 anni nel 1997 hanno usato condom o pillola durante i loro rapporti).

Questi indicatori dimostrano come sia possibile risolvere le questioni correlate ai diritti e alla salute sessuale e riproduttiva degli adolescenti, accettando il fatto che i giovani sono sessualmente attivi, instaurando azioni serie per comprendere i loro bisogni, e ponendo grande attenzione ad un lavoro di prevenzione, incluso l’uso della contraccezione sicura.

 

Tentativi italiani

Sono state certamente la diffusione e la paura dell' AIDS a stimolare la attenzione dei Governi su questi temi. Anche in Italia il Ministero della Sanita’ in collaborazione con quello della Pubblica Istruzione ha sviluppato vari progetti di promozione alla salute degli  adolescenti (7).

Una occasione di questo tipo puo’ dunque essere trasformata in una operazione di maturazione dei giovani anche per quelle situazioni che solitamente sarebbero meno sensibili al problema. Cio’ permettera’ certamente di evitare od almeno di ridurre le gravidanze non desiderate e l'aborto volontario a questa eta’, tanto piu’ importante in quanto l'adolescente ha davanti a se tutta la vita riproduttiva, e per contro e’ piu’ facilmente preda del clandestino e comunque dell’aborto a rischio.

 

Gravidanze non desiderate ed aborto nel mondo

I dati della letteratura dicono che il 50% delle gravidanze al mondo sono indesiderate; il 50% delle gravidanze indesiderate finisce in aborto volontario, ma nelle adolescenti questo numero tende a diventare il 75 %. Inoltre vi sono 50 milioni di aborti volontari all'anno di cui 20 milioni sono a rischio (il 40% di tutti gli aborti volontari), ed un quarto di questi e’ fatto da adolescenti (8).

Sono stimate 80.000 morti per aborto ogni anno (uguale a circa 200 al giorno): il 13% delle morti materne nel mondo (in certe nazioni sino al 60%).

 

Benefici della contraccezione orale nell'adolescenza

L 'OMS non pone controindicazioni all'uso della contraccezione orale (CO) gia' dall'adolescenza, evidenziando come la crescita lineare dell'osso non venga influenzata quando le mestruazioni sono stabilizzate (9,10).

In  realta' l'uso della CO nell'adolescenza pone  piu' problemi di resistenza psicologica, spesso anche nell'operatore, che problemi clinici.

L’adolescente  ne ricava comunque una serie di vantaggi sia sul versante strettamente contraccettivo e di salute riproduttiva, che sul versante non-contraccettivo.

Tra i benefici di salute riproduttiva ricordiamo, oltre la riduzione delle gravidanze non desiderate, anche la  possibilita' di pianificare e distanziare le gravidanze, permettendo di raggiungere obiettivi sociali, di studio o di lavoro che risultino qualificanti per la  qualita' della vita, ma anche il miglioramento psicologico del rapporto di coppia, ed il miglioramento economico della coppia.

Tra i benefici di salute non riproduttiva, per quanto riguarda l'adolescente, va messo particolarmente in evidenza, il controllo della sindrome premestruale e di tutti i disturbi correlati con il ciclo, il possibile controllo della endometriosi, il miglioramento della micropolicistosi ovarica e dei sintomi di iperandrogenismo, la riduzione del rischio di infezioni pelviche, tanto  piu' importante quando la donna ha davanti tutta la vita riproduttiva, l'utilizzo per evitare le gravidanze e per proteggere la massa ossea nelle situazioni di anoressia/bulimia, ed infine quello di proteggere la  fertilita' futura in giovani donne trattate con farmaci antitumorali o con radioterapia.

 

La contraccezione d'emergenza

Non va dimenticato che la contraccezione d'emergenza (EC: emergency contraception) e' uno strumento particolarmente utile per l'adolescente, che in realta’ ne e’ la piu’ frequente utilizzatrice.

Oggi si utilizza il levonorgestrel, che va somministrato il piu’ presto possibile  dopo un rapporto presunto fecondante, ricordando che se l'assunzione inizia entro 12 ore il rischio di gravidanza e' 0.5 %, dopo 72 ore questo rischio e' almeno di 4.1 % ( otto volte di piu' !) . Se ne deduce che ritardarne l'assunzione significa far correre alla donna inutili rischi (11).

La modalita' di assunzione e' semplice: una compressa da 750 mg il piu' precocemente possibile, seguita da una seconda compressa dopo 12 ore. Dati recenti indicano che 2 compresse assunte assieme il  piu' precocemente possibile danno uguali risultati e migliorano la compliance (12).

 

La legge e la CO nell'adolescente

La legge 194 all ' articolo 2 permette la contraccezione anche alla minore, inclusa la CO e la contraccezione d'emergenza. Dunque la minore che abbia 14-18 anni puo' accedere alla CO.

La legge 66 del 15-2-1996, proponendo una nuova normativa sulla violenza sessuale ci pone due certezze:

1- sopra i 14 anni la CO si  puo' somministrare;

2- sotto i  10 anni non si  puo' somministrare;

ma pone anche una mezza certezza:

3- poiche' in certe circostanze e' prevista la liceita' dei rapporti sessuali tra i 10 ed i 14 anni, ne dovrebbe derivare la  liceita' della prescrizione della CO anche a questa eta'.

Va altresi' ricordato che la legge italiana permette l'obiezione di coscienza solo nelle procedure di aborto, cioe' quando una gravidanza e' presente e dimostrata, e non quando essa e' presente solo nella paura, come quando la donna viene a chiedere la EC.

 

Conclusioni

La CO ha rivoluzionato il rapporto tra l'uomo e la donna, e tra questi e la loro sessualita'. Cio' e' tanto piu' vero per l'adolescente, che ha davanti a se tutta la vita fertile.  E'  cosi' in grado di usufruire di una serie di benefici di salute, riproduttiva e no, che la contraccezione orale e' capace di fornire.

La EC e' un importante strumento per evitare le gravidanze non desiderate, se usata in situazioni di emergenza saltuaria. Dal punto di vista clinico non presenta problemi, dal punto di vista legale va considerata come la contraccezione orale.

Le possibili resistenze degli operatori devono cadere davanti ai bisogni, ai desideri, alle aspettive della adolescente, che cerca da noi non un paternalismo professionale, ma il riconoscimento del suo stato di  maturita' e della sua  capacita' di scegliere il proprio destino, anche quello riproduttivo.

Le istituzioni dovrebbero essere in grado di attivare l'ascolto e la comprensione di tutti i fenomeni che ruotano attorno all'uso della CO nell'adolescenza, incluso il problema delle malattie a trasmissione sessuale.

 

Bibliografia

1 SRH briefing cards, Family Care Internatianal, 2000.

2 Advacates far youth fact sheet www.advocatesforyouth.org

3 Adolescent reproductive health in Africa. Pathfinder  1999.

4 Kahn JG, Brindis CD, Glei D, "Pregnancies and pregnancy consequences avertet by the use af cantraceptives in US and California teens", San Francisco Institute far Health Policy Studies, Univ.California, 1996.

(www.advocatesforyouth.org/factsheet/)

5 IPPF European Network, Rue Royale  146; B - 1000 Brusselles, Belgium

6 "The Nordic Resolution on Adolescent Sexual Health and Rights", 1998; printed and revised by the Danish FPA in march 1999; www.sexogsamfund.dk

7 Ministero della Sanita’, ISS, Commissione Nazionale per la lotta contro  l' AIDS, Ministero della Pubblica Istruzione,"Linee guida per gli interventi di educazione alla salute e di prevenzione delle infezioni da HIV nella scuola", Roma, ISS, 1992 (Rapporti ISTISAN 92/4 ).

8. World Health Organisation, “Unsafe abortion: Global and regional estimates of incidence of a mortality due to unsafe abortion with a listing of available country data”, 3rd Edition, WHO/RHT/MSM/97.16, WHO, Geneva, 1997.

 9. World Health Organisation, “Improving access to quality care in family planning- Medical elegibility criteria for contraceptive use”, second edition, WHO/RHR/00.02,  SHR Reproductive Health and Research, World Health Organisation, Geneva, 2000.

10. World Health Organisation, “Selected practice recommendations  for contraceptive use”, SHR Reproductive Health and Research, Family and Community Health, World Health Organisation, Geneva, 2002.

11. Task Force on Postovultory Methods of Fertility Regulation, “Randomized controlled trial of levonorgestrel versus the Yuzpe regimen of combined oral contraceptives for emergency contraception”, Lancet, 352,428-433, 1998.

12. Von Hertzen H., Piaggio G., Ding J., et Al.,”Low dose mifepristone and two regimens of levonorgestrel for emergency contraception: a WHO multicentre randomized trial”,  Lancet, 360, 1803-1810, 2002.                                                                                                      

 

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Progetto “Consultorio Etnopsichiatrico”

Azienda Ospedaliera Ca’ Granda – Regione Lombardia

Dal gennaio del 2000 è attivo, all’interno del CPS  (Centro Psico Sociale) di corso Plebisciti a Milano, un servizio sperimentale di consultazione per problemi di salute mentale rivolto agli “stranieri”. Esso nasce da un progetto finanziato dall’Azienda Ospedaliera “Niguarda Cà Granda” e dalla Regione Lombardia.

Si tratta del primo esperimento di questo tipo effettuato a Milano in una struttura pubblica ospedaliera, sebbene da quella data ad oggi questo genere di iniziative si siano moltiplicate. I bisogni in base ai quali nasceva un servizio di tal genere e quelli che poi nel tempo andava a colmare, si sono rivelati molteplici e complessi; conseguentemente la gestione e la modalità di funzionamento del servizio stesso si sono modificate nel corso del tempo. Iniziato come servizio psichiatrico rivolto principalmente ad un’utenza giovane (adolescenti e giovani), si è presto trovato in una fase definibile come di ricerca-intervento, di revisione e riflessione rispetto alla modalità di funzionamento e di presa in carico in relazione ai bisogni dell’utenza. Questo ci ha portato oggi a lavorare con un’utenza più mista, sia per età che per tipologia di problematiche.  

La presenza consistente di popolazione “straniera” in maniera stabile è ormai un dato acquisito della società italiana e ciò è particolarmente evidente su un territorio come quello milanese. Inoltre, una caratteristica della popolazione immigrata in Italia è quella di essere costituita da una doppia tipologia di individui, caratterizzati o meno dal possesso del permesso di soggiorno. L’effetto di questa situazione ha delle ripercussioni non solo sulla possibilità di accesso al servizio di salute pubblica, ma, più in generale, contribuisce a mantenere un’ampia fascia di popolazione in una condizione di marginalità linguistica, economica, sociale.

A queste condizioni di vita oggettivamente difficili si associa poi l’elemento relativo al riconoscimento dell’identità. Nel momento in cui una persona non è in possesso dei documenti di soggiorno, non esiste né a livello burocratico-amministrativo, né a livello simbolico. Questo processo di negazione profonda dell’identità può avere forti ripercussioni sullo stato di benessere e salute dei soggetti, specialmente se affiancato a tutti quei meccanismi di negazione della differenza a cui spesso, chi è migrante, va incontro da parte della popolazione ospitante.

Emerge quindi come l’utente “straniero” abbia delle caratteristiche specifiche per cui diventa più difficilmente frequentatore dei servizi pubblici sociosanitari, e nel caso in cui lo sia, possa mostrare fattori di vulnerabilità tipici. Inoltre, la strutturazione ed il funzionamento del servizio pubblico sono tali da rinforzare un messaggio di negazione e non riconoscimento della differenza, acuendo così lo stato di sofferenza e malessere. La relazione con i servizi socio-sanitari e con gli operatori gioca un ruolo importante nei processi d’accettazione/integrazione all’interno della società. Dal tipo di relazione che si instaura può derivare la nascita di un conflitto o l’assunzione e l’acquisizione di nuovi valori relativi alla cultura del paese ospitante. Salute e malattia sono alcuni dei momenti in cui l’immigrato definisce se stesso e attribuisce un significato al proprio percorso migratorio, validando o meno categorie e pratiche tradizionali, piuttosto che moderne e occidentali. Il corpo, le pratiche di cura risultano i primi strumenti di comunicazione per chi non ha ancora acquisito un altro linguaggio.

Il servizio di salute si può trovare allora ad essere luogo di un confronto spesso difficile e conflittuale, tra modi di guardare e organizzare la realtà contrapposti. Possiamo quindi considerare i concetti di salute e malattia come contenitori universali, comuni a individui appartenenti a qualsiasi cultura: in quanto contenitori però, essi vengono poi riempiti di soluzioni specifiche a seconda del contesto culturale.

Il centro di consultazione per “stranieri” è nato dall’emergenza di un disagio sociale e psichico della popolazione immigrata spesso non tutelata e riconosciuta dalle leggi italiane, un Altro culturale che vive tra legalità e illegalità.

Negli ultimi due anni il servizio si è trovato a rispondere ad una varietà di problematiche e bisogni che ci hanno portato a lavorare a diversi livelli: l’orientamento ai servizi, l’accoglienza  e ascolto, il sostegno psicologico, la terapia farmacologica e l’intervento educativo.

 

  L’Utenza

Le motivazioni a migrare di chi si presenta al servizio sono date principalmente dalla ricerca di lavoro, dai ricongiungimenti familiari, dall’esercizio di quel volontario “diritto di fuga” da condizioni di povertà e indigenza e altre ancora. Diversa è la situazione di chi si vede costretto a cercare rifugio per fuggire da paesi in guerra o da situazioni incompatibili con la sopravvivenza.

I primi hanno dovuto fare i conti con la crisi indotta dalla migrazione. Dietro i più diversi sintomi (psicotici, psicosomatici, depressivi) si delinea spesso la figura di un immigrato che ha attraversato il ponte dal suo paese d’origine al nostro senza trovare un “senso” nel contesto di arrivo; da qui il rischio di dinamiche di annullamento del sé, di esordi psicotici.

Dietro la figura del rifugiato, invece, ci sono in genere le esperienze più traumatiche che la mente umana possa concepire. Abbiamo riscontrato che è particolarmente difficile, per questi soggetti, chiedere aiuto: sono così degradati da ciò che hanno subito da non sentirsi degni di essere curati. Nel momento del “crollo”, manifestano per lo più disturbi fisici (insonnia, anoressia, mal di testa), oppure sono invasi e scossi da sintomatologia tipica del disturbo post traumatico da stress al punto tale da non poter fare a meno di cercare cure.

I disturbi di queste persone ci appaiono come reazioni comprensibili (silenzio, depressione, chiusura) per certi versi funzionali a realtà intollerabili.

 

Relativamente alla provenienza, gli utenti del consultorio nel corso dei due anni risultano così suddivisi:

 

ORIGINE

MASCHI

FEMMINE

TOTALE

Africa del Nord

29

2

31

Africa Centrale

16

12

28

America Latina

8

26

34

Europa

6

22

28

Asia

8

10

18

TOTALE

67

72

139

Dati aggiornati al 15 settembre 2002

 

Ciò che accomuna la maggior parte degli utenti del nostro servizio è l’estrema precarietà delle condizioni di vita in cui versano e la mancanza di strumenti e possibilità per soddisfare anche i soli bisogni primari (casa, lavoro, documenti, relazioni familiari). Tali difficoltà estremamente concrete figurano indubbiamente tra le motivazioni dell’emergere del disturbo psichiatrico-psicologico per cui la presa in carico non si riduce allo stretto intervento clinico, ma ad un più ampio lavoro sociale. 

 

L’Intervento clinico

All’interno di questo quadro referenziale ci si muove, consapevoli di trovarsi nel contesto di un percorso di sperimentazione che tenga sempre maggiormente conto delle “chiavi culturali”. La presenza dei mediatori, la possibilità di utilizzare una  lingua condivisa e il riconoscimento del sistema simbolico dell’Altro diventano i mezzi per costruire lo spazio della relazione terapeutica.

Luogo di partenza è sempre l’ascolto e l’esplorazione della biografia individuale con le modalità sincroniche e diacroniche della narrazione partecipata.

In questo senso il racconto del vissuto esperienziale assume la funzione di attribuzione di significato, cerniera tra il mondo interno ed esterno. La trama narrativa non segue necessariamente una determinazione spazio-tempo lineare, ma è molto più legata ad una logica circolare, in cui il ricordo viene ridefinito nel momento in cui viene condiviso. Mentre ascoltiamo, un universo sociale e culturale si staglia di fronte a noi con le relative problematiche di adattamento, disillusione, trauma. Ecco che una volta che essi giungono all’interno dell’ambulatorio spesso ci investono del ruolo di depositari di segreti e rivelazioni. Le accuse di malocchio, le contraddizioni morali, i drammi familiari, le paure ancestrali riferite all’interno della stanza del consultorio diventano per gli operatori occasione per stabilire un “legame”, attraverso un atteggiamento di sospensione del giudizio. E’ quindi sul terreno del disorientamento culturale, ma allo stesso tempo del riconoscimento della specificità di entrambi gli attori, che nascono i prodromi di una possibile alleanza terapeutica di cui l’esperienza affettiva, la padronanza cognitiva e una forte curiosità antropologica ne sono i canali.

Una richiesta particolare di intervento è rappresentata da quei casi di persone vittime di tortura. L’approccio degli operatori sincretizza da una parte l’utilizzo di farmaci, dall’altra la necessità di riandare con delicatezza verso il trauma, riprenderlo in mano, aiutare il paziente a ricollocarlo nel passato, mentre ora è così vivo e invasivo nel suo presente. Relativamente alle linee guida offerte dall’esperienza del Centro Primo Levi di Parigi sperimentiamo un processo di “rianimazione psichica” nel senso di far emergere di nuovo il pensiero del paziente e con esso il ricordo, al fine di sopprimere il torturatore in loro introiettato.

Il centro di consultazione si propone da un lato come interfaccia tra i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC) e il territorio, per tutte quelle persone che  non avendo una residenza sarebbero escluse presa in carico e sostegno territoriale. Questo permette un follow up farmacologico e un punto di riferimento altro rispetto all’ospedalizzazione.

In altre situazioni l’intervento è invece più psicologico con colloqui e una eventuale terapia farmacologica di supporto ove e se necessaria. 

Il punto cardine del lavoro può essere sintetizzato in un processo di  “risocializzazione” e “ristorificazione” della persona.

Nella realtà del servizio la pratica della risocializzazione/ristorificazione si attua con l’attivazione di una rete che venga incontro ai bisogni primari della persona e all’offerta di un luogo che possa essere un contenitore del malessere, un confronto ed un riferimento nel momento di massimo disorientamento. Frequenti sono le situazioni in cui dopo un percorso insieme la persona riprende le redini del suo cammino e prosegue per poi tornare al servizio in un successivo momento di crisi, non una ricaduta, ma un ulteriore nodo nel suo processo di adattamento e ricerca di appartenenza ed identità.

Il nostro lavoro prevede, da un punto di vista sociale, il coinvolgimento (anche informale) dei servizi sociali e di tutte quelle agenzie presenti sul territorio sensibili e funzionali all’integrazione dei soggetti migranti, nonché il contatto/coinvolgimento delle persone appartenenti alla rete sociale propria della persona.

Dal punto di vista della ristorificazione si lavora sulle fratture e separazioni non solo dal paese d’origine, ma anche dalle aspirazioni del singolo e dai valori culturali per permettere al soggetto migrante di sentirsi agente del proprio progetto di ridefinizione dell’esistenza.

 

L’equipe del centro

  Le persone che costituiscono l’equipe di lavoro sono state scelte sulla base di una precedente esperienza con utenza migrante e su una forte motivazione ed interesse personale.

Affiancano il responsabile del progetto, il Dott. Carlo Pagani, psichiatra:

-         1 psichiatra volontario

-         3 psicologi clinici consulenti

-         2 psicologi specializzandi presso la scuola di psicologia transculturale

-         2 tirocinanti psicologi

La composizione dell’équipe è eterogenea ed è supportata nel lavoro da mediatori linguistico-culturali. La presenza dei tirocinanti  consente l’apertura dello sportello d’ascolto tutti i giorni, favorendo la libertà di accesso al servizio, l’accoglienza, la gestione delle urgenze.

Viene poi data molta importanza al lavoro di coordinamento che è stato iniziato con alcuni servizi pubblici, al fine non solo di ottimizzare e non disperdere le energie e le risorse disponibili sul territorio, ma anche di creare delle sinergie e una rete di operatori che possano rispondere al meglio alle richieste poste dall’utenza. Ad esempio sottolineiamo come, al di là della richiesta diretta di persone immigrate, ci sia stato un interesse da parte di vari servizi (in particolare comunità per minori) e di realtà sociali che si trovano a confrontarsi con persone straniere

 

Conclusioni

  Partendo dal dato di fatto che il panorama attuale dell’etnopsichiatria in Italia non consiste nell’applicazione di una metodologia univoca di trattamenti clinici, e neppure in una visione uniforme dei problemi teorici di fondo, si vuole evidenziare l’urgenza di porre la questione al centro dei problemi della sanità pubblica italiana

Infatti, considerando l’entità del fenomeno migratorio, la presa di coscienza del disagio psichico e psichiatrico del migrante non può e non deve più essere lasciata alla “buona volontà” di associazioni private o al “genio” di singoli ricercatori; ma deve avere la possibilità di trovare il suo giusto spazio “istituzionale”. Questo, non per sminuire il lavoro delle agenzie private, ma per togliere quell’aspetto di marginalità alla questione e per dare ai suoi attori un ruolo non secondario ma di parti riconosciute e attive.

L’ambulatorio per immigrati è pensato  come ad una sorta di stazione intermedia, che non sia solo il “tappabuchi” di un’emergenza continua, ma neanche una soluzione definitiva, e che accompagni, invece, la persona nel suo processo di integrazione e negoziazione con la nuova cultura.

E’ innegabile che un servizio così caratterizzato rappresenti una risorsa sia per il servizio sanitario nazionale, non ancora attrezzato a rispondere in chiave transculturale al disagio “straniero”, sia per una ampia fascia di popolazione che sempre di più è parte strutturale e stabile della società italiana, ma che molto spesso non viene riconosciuta come tale.

Elementi che testimoniano l’efficacia di questo tipo di servizio sono riscontrabili nell’affluenza costante da una parte, ma anche nella quantità di ritorni che attestano, in una popolazione caratterizzata dal discontinuo utilizzo dei servizi, l’identificazione di questo centro come luogo di contenimento e risposta ai bisogni espressi, nonché di un punto cui riferirsi e sentirsi riconosciuti nei momenti di disorientamento.

Crediamo profondamente che al di là ed oltre l’intervento tecnico e specialistico, i nostri immigrati  abbiano necessità ed urgenza di essere riconosciuti come risorse, come soggetti portatori di un’alterità arricchente ed indispensabile, nonché stimolante.

 

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LA RIDUZIONE DELLA POVERTA’ PASSA ATTRAVERSO IL MIGLIORAMENTO DELLA SALUTE RIPRODUTTIVA

Daniela Colombo – Presidente AIDOS

“L’accesso universale alla salute riproduttiva e all’istruzione e l’empowerment delle donne sono obiettivi in sé, ma sono anche condizioni essenziali per sradicare la povertà, ridurre il divario tra ricchi e poveri nel mondo e creare una società più stabile e più giusta”.

Per eliminare la povertà bisogna garantire la salute e i diritti riproduttivi delle donne. E’ questo il messaggio principale del rapporto su “Lo stato della popolazione nel mondo 2002” dell’UNFPA, il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, la cui edizione italiana è curata dall’AIDOS. Quest’anno il rapporto è particolarmente denso di contenuti. Vuole essere un contributo al dibattito su povertà e popolazione, ma al tempo stesso una guida per l’azione.

Uscire dalla povertà è possibile, ma certo non si tratta di un atto puramente individuale. Dipende dal sostegno delle istituzioni, la famiglia, lo stato, la società civile, il settore privato, la comunità locale e le organizzazioni culturali nonché l’ambiente politico, economico e sociale che queste varie istituzioni creano e il sostegno e le opportunità che offrono agli individui.

Gli obiettivi del millennio sono il risultato e la sintesi delle grandi conferenze internazionali che si sono svolte negli anni 90. Hanno eguale priorità e devono essere affrontati insieme. Al tempo stesso si devono prevedere azioni per la cancellazione del debito, nuovi regimi commerciali e accordi di investimento, nonché una cooperazione allo sviluppo più efficace e meglio coordinata.

Le tematiche relative alla popolazione, alla salute riproduttiva e alla pianificazione familiare non costituiscono un obiettivo separato, ma sono trasversali a tutti gli otto obiettivi ed azioni proposte. Oggetto del rapporto è appunto la connessione tra le tematiche della popolazione e gli obiettivi del millennio.

C’è un filo conduttore all’interno del rapporto ed è quello dell’empowerment delle donne. Migliorare la condizione femminile non è solo un obiettivo di per sé, con propria dignità, ma rappresenta la chiave di volta delle sviluppo, forse il punto di attacco più importante per sconfiggere la povertà, come di fatto è avvenuto nel mondo occidentale e come il movimento delle donne sottolinea da trent’anni. E finalmente il sistema delle Nazioni Unite e l’UNFPA in particolare, hanno fatto dell’empowerment delle donne uno dei loro obiettivi principali.

Non si tratta solo di dare più potere alle donne, ma di metterle in condizione di realizzare le proprie potenzialità e di operare le proprie scelte anche sul numero di figli da avere, e quindi di dare un valido contributo allo sviluppo migliorando il benessere della famiglia e contribuendo alla crescita economica.

L’empowerment delle donne è dunque uno degli obiettivi più importanti del millennio e si realizza migliorando la salute sessuale e riproduttiva, fornendo non soltanto informazioni ma anche i servizi necessari, riducendo il divario tra maschi e femmine nell’istruzione, potenziando l’accesso delle donne alle risorse economiche, accrescendo la partecipazione politica e proteggendo le donne dalla violenza, troppo spesso domestica.

 

Il rapporto UNFPA in sintesi

·        La popolazione mondiale passerà dagli attuali 6,2 miliardi di individui a 9,2 miliardi nel 2050. I paesi meno sviluppati hanno il più alto tasso di fecondità e di incremento demografico e la loro popolazione triplicherà nel giro dei prossimi 50 anni, passando da 600 milioni di persone a 1,8 miliardi.

·        Circa la metà della popolazione mondiale, pari a più di 3 miliardi di persone, vive con meno di 2 dollari al giorno, 1 miliardo addirittura con meno di 1 dollaro al giorno. La povertà è più che la semplice carenza di reddito, è fatta di insicurezza, ineguaglianze, cattiva salute, soprattutto riproduttiva, mancanza di istruzione. I suoi effetti sono tanto più devastanti quanto maggiore è il divario tra i più ricchi e i più poveri.

·        Per raggiungere gli obiettivi del millennio è essenziale migliorare le condizioni di salute riproduttiva e aiutare le donne a evitare gravidanze indesiderate, realizzare cioè uno degli obiettivi del Programma d’Azione della Conferenza del Cairo del 1994: l’accesso universale ai servizi per la salute riproduttiva, compresa la pianificazione familiare.

·        C’è un circolo vizioso tra tasso di fecondità e crescita economica: la carenza di servizi per la salute riproduttiva e le disparità tra uomini e donne si traducono in un alto tasso di fecondità tra i poveri, che a sua volta perpetua povertà e disuguaglianze. Un tasso di fecondità contenuto contribuisce alla crescita economica.

·        I paesi che investono maggiori risorse in istruzione e salute, compresa la salute riproduttiva, hanno una crescita economica maggiore degli altri. Il tasso di fecondità e la crescita demografica più alti si registrano nei 49 paesi meno sviluppati, dove si prevede che la popolazione triplicherà nei prossimi 50 anni, arrivando a toccare 1,8 miliardi di individui.

·        Oltre un terzo del calo del tasso di fecondità tra il 1972 e il 1994 è dovuto ai programmi di pianificazione familiare: migliorare lo stato di salute, compresa le salute riproduttiva, significa rimuovere una delle principali cause di insicurezza per i poveri.

·        I paesi con un basso PIL non spendono più di 21 dollari l’anno per persona per la sanità, la maggior parte dei quali destinati a servizi per pochi.

·        L’accesso all’istruzione di base è aumentato ma molto resta ancora da fare: la maggior parte degli investimenti in istruzione finiscono in programmi a beneficio delle classi più benestanti.

·        L’epidemia di AIDS costituisce una minaccia per un’intera generazione. Per fermare l’epidemia occorre migliorare ed espandere i servizi per la salute riproduttiva.

·        La riduzione del tasso di natalità è anche un’opportunità economica unica: sta per aprirsi la “finestra demografica”, con il formarsi di una generazione in età da lavoro sulle cui spalle grava un carico relativamente esiguo di persone a carico. Ma per cogliere questa opportunità ci vogliono gli investimenti giusti.

·        I donatori internazionali devono incrementare i fondi destinati ai programmi per la salute riproduttiva, che nel 2000 ammontavano a 10,9 miliardi di dollari, 6,1 miliardi in meno dei 17 che la comunità internazionale aveva stabilito di mettere a disposizione ogni anno per raggiungere l’accesso universale ai servizi per la salute riproduttiva entro il 2015. I contributi dei paesi donatori arrivavano ad appena la metà dei 5,7 miliardi di dollari promessi.

Da AIDOS NEWS – Gennaio/Marzo 2003

 

 

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PROGETTO DI SENSIBILIZZAZIONE SULLA SALUTE SESSUALE E RIPRODUTTIVA NELLE COMUNITA’ IMMIGRATE IN ITALIA

 

Il progetto UICEMP è partito da tre considerazioni:

-         la situazione immigratoria in Italia

-         la necessità di costruire un ponte fra gli operatori socio sanitari italiani e gli immigrati per tutto ciò che concerne la salute sessuale e riproduttiva

-         il criterio di sviluppo della salute sessuale e riproduttiva, accettato e dato per scontato dall’occidente, non è riproducibile presso le comunità immigrate che tendono alla conservazione di tradizioni, usi, costumi di vita originari; l’integrazione si presenta quindi lunga e difficile

 

Una risorsa indispensabile è fornita dalla mediazione culturale, che facilita l’approccio e lo sviluppo della comunicazione socio-sanitaria delle donne immigrate e le loro famiglie, favorendo l’accesso ai servizi sanitari per prevenzione e cura.

Le varie etnie sono in prevalenza così distribuite in Italia:

  • marocchine: Val D’Aosta, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna e Calabria
  • filippine: Lombardia e Lazio
  • nord africane: Emilia Romagna, Sicilia (Catania)
  • ecuadoregne: Liguria
  • latino americane e statunitensi: Friuli Venezia Giulia, Campania, Sicilia e Sardegna
  • cinesi: Toscana e Lombardia
  • albanesi: Marche, Umbria, Abruzzo Molise, Basilicata, Puglia

(fonte: elaborazioni Caritas “Dossier statistico immigrazione” su dati del Ministero dell’Interno)

Le associazioni di donne immigrate e le associazioni multiculturali presenti in Italia sono circa 35, ubicate a Roma, Milano, Torino, Firenze, Arezzo, Padova, Perugina, Livorno, Pisa, Pistoia, Modena, Treviso e Imola.

Gli enti di appoggio(servizi regionali e comunali, associazioni di volontariato ecc.) sono circa 285 così distribuiti:

  • 80 in Lombardia
  • 22 in Piemonte
  • 29 nelle Venezie
  • 10 in Liguria
  • 36 in Emilia Romagna
  • 15 in Toscana
  • 16 nelle Marche, Abruzzo
  • 25 nel Lazio
  • 11 in Puglia
  • 6 in Campania
  • 6 in Calabria
  • 7 in Sicilia

Allo scopo di promuovere la salute sessuale e riproduttiva è stata curata dall’UICEMP la pubblicazione di un opuscolo per la diffusione delle conoscenze di base: fisiologia e anatomia maschile e femminile degli apparati riproduttivi, la coppia,  gravidanza e parto, contraccezione, con un appendice sui diritti delle donne immigrate in Italia.

Gli opuscoli sono editi in italiano, inglese, francese, spagnolo, filippino, arabo e cinese.

L’iniziativa vuole essere di aiuto alle mediatrici culturali che possono così accompagnare le informazioni con uno strumento che rimane all’immigrata, la quale a sua volta potrà farlo vedere ad altre donne allargando la cerchia delle conoscenze. Sempre più importante infatti si sta dimostrando la mediazione culturale sia per il miglioramento degli stessi servizi socio-sanitari che per i rapporti fra immigrati ed operatori medici e paramedici. Presso alcuni ospedali si trovano in fase di attuazione interventi di carattere psicologico a supporto dei problemi di integrazione che man mano si verificano. I centri di accoglienza ed ascolto per le donne straniere (tipo quelli istituiti presso l’ospedale San Carlo e San Paolo di Milano) si caratterizzano per l’approccio transculturale e il lavoro di’equipe per l’assistenza alla donna. Collaborazioni tra consultori, ASL e associazioni di sostegno stanno dando luogo a esperienze significative che fanno ben sperare per il successo dell’integrazione in Italia.

 

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LA SALUTE SESSUALE E RIPRODUTTIVA: UNA CHIAVE PER LO SVILUPPO. 

MANUALE DI LINEE GUIDA

Il progetto UICEMP di stesura di un manuale di linee guida destinato alle ONG (Organizzazioni non governative) che operano nei paesi del sud del mondo è frutto di una precedente inchiesta condotta presso le ONG italiane, dalla quale era emerso che la carenza conoscitiva sui diversi aspetti della salute sessuale e riproduttiva ostacolava non poco l’inclusione del tema specifico nei progetti per i paesi in via di sviluppo.

Di qui l’esigenza di sensibilizzare le ONG italiane attraverso 5 incontri informativi/formativi  articolati sull’illustrazione degli aspetti eziologici, medici e terapeutici rispetto alla tutela della gravidanza, del parto, della pianificazione familiare, della prevenzione delle MTS, HIV/AIDS, si sono conclusi con l’analisi dei progetti pregressi e la stesura finale di linee guida operative.

I lavori sono stati molto coinvolgenti soprattutto per il confronto tra le acquisizioni sulla salute sessuale e riproduttiva occidentali e le singole realtà locali dei paesi in via di sviluppo, assolutamente diverse e distanti quanto a usi, modi di vita, conformazione geografica ed economica e condizioni umane.

Si è cercato di mantenere le linee guida in ambito sintetico e ristretto per favorirne l’adattabilità alle situazioni specifiche e alle esigenze delle diverse autorità locali nonché al loro utilizzo da parte delle ONG che operano sovente con criteri e finalità diversi fra loro. Tale flessibilità consente l’inserimento delle linee guida anche in programmi e progetti non omogenei quali: promozione della donna, pari opportunità, razionalizzazione degli interventi sanitari, operazioni bambini di strada, ragazzi in difficoltà, prevenzione/difesa della salute pubblica.

Il manuale è disponibile gratuitamente su richiesta.

 

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EDUCAZIONE TRA PARI: SANITA’ SOCIALE

Un gruppo di studenti italiani di Thiene (Vicenza) ha realizzato, in collaborazione con i responsabili sanitari locali, un video che prende spunto da 4 seminari di prevenzione sui temi: violenza sessuale, innamoramento e tradimento, alcool, fumo, droghe e relativi effetti, contraccezione e aborto.

Questo video ha stimolato la discussione tra i ragazzi chiamati ad esporre le loro opinioni e i loro punti di vista sugli argomenti illustrati.

Il dibattito a scuola è stato moderato dall’insegnante responsabile del progetto sulla prevenzione nonché da studenti ed educatori che hanno partecipato attivamente alla realizzazione del video.

Per ulteriori informazioni:

http://www.auloceccato.it

e-mail salute@auloceccato.it

 

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PREVENZIONE E SALUTE SESSUALE: PERCORSO DI EDUCAZIONE SESSUALE FRA SCUOLE SUPERIORI IN RETE IN COLLABORAZIONE CON IL CONSULTORIO FAMILIARE

Su proposta del consultorio familiare dell’ASL 4 Alto Vicentino di Thiene (Vicenza) rivolta alle scuole superiori del territorio sul tema dell’educazione alla sessualità, un gruppo stabile di insegnanti dell’ITCG “Ceccato” ha sperimentato un percorso innovativo, perché centrato sull’adolescente e finalizzato alla fruizione del servizio del territorio. Il compito del consultorio diventa allora funzionale ad un percorso globale , continuativo, in cui la pubblica istituzione si occupa e si preoccupa di garantire in modo sinergico persone sane.

Il Consiglio di Classe si fa carico di questo obiettivo in modo che nella ordinarietà della vita scolastica si realizzi quell’idea  di interdisciplinarietà tanto caldeggiata dal Ministero della Pubblica Istruzione  e dai Protocolli d’ Intesa Scuola-ASL.

L’autorizzazione del Corso di Aggiornamento “sarò uomo- sarò donna” da parte del Provveditorato agli Studi di Vicenza ha permesso di estendere il percorso alle Scuole Superiori del territorio e, con la tabulazione statistica dei dati emersi dai questionari che fanno parte del pacchetto summenzionato, siamo in grado di avere il polso dello studente adolescente che cambia e, con gli insegnanti delle scuole in rete, possiamo monitorare gli interventi di anno in anno.

L’aumento dell’afflusso allo Spazio Teen-agers del Consultorio, l’adeguamento dei contenuti scolastici al vissuto adolescenziale, l’uso di strumenti multimediali accattivanti ( produzione di CD-rom), la prevenzione del fenomeno di dispersione e bullismo  sempre più in agguato nella convivenza scolastica e la collaborazione tra insegnanti della stessa scuola e di scuole diverse, permettono di considerare questo progetto capace di promuovere lo “ star bene scolastico”.

Ci proponiamo di continuare e consolidare la rete di scuole e creare nuovi nuclei di intervento Scuola-ASL in territori limitrofi e sperimentare nuove tecniche di attivazione dei ragazzi.

Proff .Anna Verde, Lucilla Calgaro, ITC.e G. “Aulo Ceccato” – Thiene (Vicenza)

Sito: http://www.auloceccato.it

e-mail: salute@auloceccato.it   

 

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LA CRESCITA DEMOGRAFICA E’ PIU’ RAPIDA DOVE I BISOGNI SONO MAGGIORI

Secondo il rapporto World Population Prospects la popolazione mondiale aumenterà del 50% passando da 6.1 miliardi  nella metà del 2001 a 9.3 miliardi entro il 2050.

I 49 paesi meno sviluppati arriveranno quasi a triplicare le proprie dimensioni passando da 668 milioni a 1.86 miliardi di abitanti. Queste ultime proiezioni e stime della Divisione per la popolazione del Dipartimento per gli affari sociali ed economici indicano che la popolazione mondiale sta attualmente crescendo a un tasso dell’1,3%, pari a un aumento di 77 milioni di persone l’anno.

Sei paesi sono responsabili della metà di tale crescita: India (che copre il 21% dell’aumento complessivo), Cina, Pakistan, Nigeria, Bangladesh e Indonesia.

Il totale della crescita prevista avverrà in paesi che sono attualmente in via di sviluppo, ed entro il 2050, essi ospiteranno oltre l’85% della popolazione mondiale.

La popolazione complessiva nei paesi sviluppati resterà stabile intorno alla cifra di 1.2 miliardi. Al contrario, la popolazione diminuirà in 39 paesi a basso tasso di fecondità, con picchi al ribasso nell’Europa dell’est.

Nel 2050 l’età media delle popolazioni sarà superiore a quella odierna sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo.

Alcune analisi hanno deliberatamente enfatizzato le tendenze all’invecchiamento e al calo demografico in alcune parti del mondo per sostenere come le continue preoccupazioni riguardo la crescita demografica mondiale siano infondate. I fatti suggeriscono altrimenti: nel corso dei prossimi 50 anni l’aumento della popolazione sarà pari a quello degli ultimi 40 anni e tale aumento risulterà essere concentrato nei paesi più poveri del mondo, paesi che già riscontrano enormi difficoltà a garantire ai propri cittadini i servizi sociali di base.

Il rapporto afferma che nel corso dei prossimi 5 anni la diffusione del virus HIV e dell’AIDS causerà nei 45 paesi più colpiti 15.5 milioni di morti in più di quante si verificherebbero normalmente, una previsione peggiore di quella precedente.

Entro il 2015 l’aspettativa di vita in questi paesi sarà di 60 anni, 5 anni in meno di quanto risulterebbe in assenza di AIDS. Ciononostante, la crescita demografica proseguirà in virtù del permanere di un alto tasso di fecondità. Persino in Botswana, dove la percentuale di diffusione del virus HIV è del 36% si prevede un aumento demografico del 37% entro il 2050.

La proiezione a varianza media per la popolazione globale nel 2050 è di 9.3 miliardi di persone superiore alla precedente proiezione del 1998 di 413 milioni. Questo riflette una stima superiore dei futuri livelli di fecondità nei 16 paesi poveri dove la fecondità rimane elevata (responsabile del 59% dello scarto) e in diversi paesi altamente popolati, compresi l’India, la Nigeria e il Bangladesh (responsabile del 32% dello scarto).

Fonte: Nazioni Unite, 2001. World Population Prospects. The 2000 Revision: highlights. Population Division, Department of Economic and Social Affairs.

 

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*Ascoltagiovani, rivolto a coloro che debbano effettuare colloqui di counselling con adolescenti o che desiderino approfondire le aree problematiche dell’adolescenza

*Lavorare con i gruppi, destinato a coloro che intendano approfondire la lettura delle dinamiche di gruppo e le tecniche di conduzione

* Supervisione di progetti relativi ad interventi esperienziali, rivolto agli operatori che abbiano già organizzato interventi utilizzando l’approccio esperienziale

* Lavorare con le comunità immigrate, destinato ad operatori socio-sanitari e mediatori culturali nel campo della salute sessuale e riproduttiva

 

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